mercoledì 10 luglio 2024

Un unico punto. Una teoria.

Trovo gioia
nella decadenza della cose:
la transitorietà 
annuncia
ciò che non può essere scosso,
ciò che rimarrà.


L'invasione della felicità,
repentina,
che ogni regione del corpo
colonizza
al ricordo:
conosco l'esultanza
non mentre esperimento il mondo,
ma mentre lo penso nuovamente,
successivamente alla percezione.
Così nasce anche il desiderio.

Se guardo vecchie fotografie
ciò che spinge il mio cuore
a una sommessa euforia
che spilla attraverso i sorrisi
è l'affiorare della memoria.

Eppure non voglio vivere nuovamente quell'istante:
esso è unico nel tempo.

Memoria, desiderio, nostalgia, decadenza,
attesa, speranza, sogno, fantasticare:
la gioia che permane
è il punto
verso cui,
finito il tempo,
tutto convergerà
diventando una cosa sola.

Jonathan Simone Benatti - 10 Luglio 2024









martedì 18 giugno 2024

Come in uno specchio



Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio;
allora invece vedremo faccia a faccia.
(Paolo di Tarso, I Corinzi 13:13)

A volte mi chiedo
se la nostra incapacità di vedere con chiarezza
piuttosto d'essere un prodotto delle ombre o del buio,
non sia in effetti  provocata dall'eccesso di luce
che ci attende.
Alle tenebre gli occhi sono già per natura abituati.
Ciò a cui dovremmo adattarci
è la luce abbagliante
che parola non sa descrivere,
ma che Parola incarnata si fece.


Jonathan S. Benatti - 18/06/2024

lunedì 27 maggio 2024

Stadi dell'esistenza

Che differenza intercorre
tra il mio sguardo e il tuo?

Una sola.

Abbiamo gli stessi occhi,
lo stesso colore d'iride,
ma i tuoi occhi
vedono
con immediatezza
l'Essere in tutte le sue possibilità incommensurabili.

E ciò che per me
è talvolta minaccia
alla mia fragile fede

per te
è assoluto incanto.

Jonathan Simone Benatti - 27/05/2024

mercoledì 8 maggio 2024

(Aspettando di) Viaggiare insieme.



Ci provo a dare una forma ai ricordi,
con la parola. 
Accade che la parola serva a disegnare bozzetti 
che forse hanno senso solo per me che li disegno, 
che forse sono un deposito dove ammasso provviste di ricordi
come in un taccuino
che forse sono solo la semplice espressione
di gratitudine di una vita minuscola come la mia.

Partiamo?
Ti chiedo voltandomi e sorridendo,
cercando corrispondenza
nel tuo sorriso.


Siamo già partiti molto tempo prima,
senza rendercene conto.
O forse sì?
(nelle notti che hanno preceduto 
il nostro primo incontro
ho tante volte prefigurato come sarebbe stato -
sebbene mia sia impegnato
allora ho salutato da lontano
la terra su cui ora cammino).

Quando ho visto il tuo volto
la prima volta
(eri nel ventre di tua madre)
ho immaginato le nostre vite.
Ogni volta che salgo su un mezzo,
per tornare da te
immagino ancora:
come mi accoglierai,
cosa mi dirai,
quale novità avrai scoperto,
come il tuo vocabolario si sia ampliato.
Tutte cose che un padre attende
camminando sulla linea del tempo
cercando di essere precursore.

Nulla, 
neppure il mio più nobile sforzo dello spirito
è profezia affidabile.
L'attesa brulica di immagine vivide,
ma sono tracce
di ciò che è.

Ora che, entusiasta,
esclami "Sì, partiamo",
guardo la strada
e so che i tuoi occhi,
capaci di guardare il mondo
come fosse incontaminato,
sono la mia garanzia
d'essere presente.

Scorgo insieme a te
la mappa del percorso,
ti spiego cosa faremo,
dove mangeremo
e ti racconto che all'arrivo
daremo un bacio tenero
a tua madre.

Tu ripeti contento
e annuisci.

Accendo la macchina
e canto una filastrocca
inventata per te.
Racconta di cose fantasiose
che ti fanno sorridere,
racconta l'esultanza
di un uomo con suo figlio,
una sera di primavera
in viaggio.

Provo a dare una forma a ciò che vivo,
con la parola. Provo persino ad abitare il tempo
in modo ubiquo (passato, presente e futuro tutti insieme).
Attendo e, nel mentre, ipotizzo;
Vivo e cerco di far permanere ogni istante;
Penso e pongo una caparra immaginaria
sul futuro.
Una specie di afasia mi prende:
la gioia è una creatura di Dio
per la quale un figlio di Adamo
fatica a trovare un solo nome.

Jonathan Simone Benatti - 08/05/2024















lunedì 19 febbraio 2024

Meditazioni sul Clavicembalo ben Temperato: Preludio 1 BWV 846

Oh, quanto mi sono preziosi i tuoi pensieri, o Dio!
Quant’è grande il loro insieme! (Salmo 139:17)


Ogni giorno si ripete
l'incanto:
sono una creatura che gioisce
di una piccola costante gioia
su un pianeta roteante
in spazi immensi
dove persino la luce fatica 
nella sua velocità.
Nell'alternanza 
di sole e luna,
giorno e notte,
nel susseguirsi delle stagioni
vivo:
amato e amando.
Sono un arpeggio di Dio
intessuto
nella polifonia della Sua mente.
Mi guardo intorno,
corda vibrante,
e sento altre corde vibrare.
Ogni passo un accordo
simile al precedente
e diverso:
ciò che sarà 
è la casa conosciuta.
Ogni passo un cerchio concentrico
sempre più prossimo al piede del compasso:
finché dal Centro
tutto sia fatto nuovo.
Le dita di Dio
non riposano mai.
Jonathan S. Benatti - 19/02/2024



venerdì 19 gennaio 2024

Quadri di un'esposizione

In ricordo del mio Maestro di Clarinetto, Paolo Fantini: 
in occasione della giornata a lui dedicata 
presso il Conservatorio Martini di Bologna


Scena I - Il Clarinetto è una strana creatura

Un'armonica
è sempre malinconica.

Nulla puoi fare:
alcuni strumenti nascono 
intessuti
nella dicotomia del mondo,
tra bellezza e terrore.

Lo strumento ti sceglie.
Ci vogliono tanto esercizio
e tante note eseguite,
ripetute ossessivamente, 
per comprenderlo.

Il giorno in cui il suono
arriverà a coincidere con la tua idea
abbraccerai il riposo
dalla ricerca incessante di combinazioni
(campana, barilotto, ancia -
ancia, becco, legatura):
libertà, non espressiva,
ma dai legami delle consuetudine
e delle emulazioni.
Finalmente la tua voce 
sul tuo strumento;
Finalmente l'aria emessa che diventa parola,
quella segretamente custodita
appena sopra al diaframma,
tra il cuore e lo stomaco
quella non scritta sul foglio,
perché racchiude la tua vita.

Val meglio la fine di una cosa del suo inizio,
se la fine è valicare i confini
e non arrendersi alle evidenze contrarie.

Scena II - Della vita di un musicista

Al suonare come lavoro
non ci hai mai creduto:
la disciplina forma esseri umani,
non professionisti.
Le ore faticose
passate a piegare la materia
per darle forma
erano altra cosa:
chi suona rimane dilettante
e studente.

Mentre insegnavi
imparavi, 

Mentre le dita esperte trasmettevano la propria sapienza
esse imparavano di nuovo,

Mentre discutevi
ascoltavi,

mentre accompagnavi
ti facevi accompagnare.

In fondo suonare,
lo sapevi bene,
è rischioso:
le orecchie
non emettono alcunché,
ricevono soltanto. 

Il vuoto non accoglie suono:
per questo hai vissuto intensamente nello spazio
degli elementi,
dove persino la cacofonia
significa qualcosa.

Scena III - Della musica come metafora di Altro

Il ricordo.
Quanto volte ci coglie impreparati
e incapaci di dare risposte.
I più sofisticati parlano d'essere trafitti.
Ma, il dolore è solo una parte del discorso
(certo, manchi):
è ciò che rimane di te
che ci pone di fronte alla domanda
a cui, prima o poi, dovremo dare la nostra risposta:
quando giungerà la fine, cosa rimarrà di noi?

Sarebbe facile dire la musica.
Se lo strumento sceglie il musicista
è il musicista che soffia lo spirito
nello strumento
e fa di esso
un'estensione dell'uomo o della donna.

Che ci si creda o meno,
Dio ti ha dato un dono
e il suo frutto
non è questa musica che rimane
ma l'aver affinato persone.

Scena IV - Ripresa e Cadenza Piccarda

Un'armonica
è sempre malinconica.

Nulla puoi fare:
alcuni strumenti nascono 
intessuti
nella dicotomia del mondo,
tra bellezza e terrore.

Chiunque suona
ha la una voce di profeta:
cammina sui sentieri della storia
e spinge lo sguardo verso il futuro,
vive sul confine
(là, dove i tempi s'intersecano)
e gioca spensierato
sul campo complesso dell'esistenza.

Questi pezzi d'ebano ancora frementi,
un giorno albero e radice,
sono seme
di un nuovo Mondo
dove il gioco sarà ancora spensierato
ma, sul campo ricomposto
dell'incontro e della permanenza.

Jonathan S. Benatti - 19/01/2024.











martedì 28 novembre 2023

Quando mi abbracci

Quando mi abbracci
generi me nuovamente.

Torno bambino
e provo
per un attimo

divertimento innocente
gioia della ripetitività
sorridere a una smorfia.

Quando mi abbracci
generi me nuovamente.

Torno bambino
e provo 
per un attimo

pianto irrefrenabile
sconforto improvviso
protesta contro il sonno
(perché c'è tanto da vivere).

Quando mi abbracci 
generi me nuovamente.

Torno bambino e
provo vergogna.

Ho scambiato il diventare
adulto e maturo
con la perdita d'incanto.
Ho perso il fascino di osservare
gli ombrelli colorati
nella pioggia,
l'entusiasmo per le mongolfiere
e per tutto ciò che vola,
ho lasciato un vocabolario semplice
(sole, foglia, mare, cielo)
per capziose espressioni misurate;

ho perso tutto questo
barattandolo con la spiegazione 
e il definire.

Soprattutto,
quando mi abbracci,
sono mio padre e mia madre che mi abbracciano
di nuovo
perché, 
è un mistero che mi affascina,
c'è una traccia di vita che ci lega
e ci tieni uniti 
nelle generazioni. 

Quando mi abbracci
generi me per la prima volta:

non conosco più ciò che ti precedeva
e la mia storia,
come quella dell'umanità,
si divide all'anno zero;
e la mia storia,
come quella di un profeta, 
affonda le radici nel passato,
si protende verso il futuro di promessa.

Quando mi abbracci
accadono tante cose,
che non mi so spiegare,
che non mi so spiegare.

Ma, forse il senso è proprio questo
e c'è una lezione più profonda:
Il mistero invita, luminoso.

O voi tutti che siete assetati, venite.

Jonathan Simone Benatti - 28/11/2023

L' arrivo dell'Autunno

Torni come ogni anno atteso; il mio cuore trabocca di succosa nostalgia per la vita: i tuoi colori luminosi non accecanti conferiscono senso...